Sostegno a Minori ed adolescenti a rischio e alle loro famiglie

Nella presa in carico psicologica dell’adolescente solitamente i genitori sono coinvolti e la loro partecipazione risulta un elemento cardine del percorso psicoterapeutico. Nel caso in cui l’adolescente non voglia presentarsi, possono essere i genitori a effettuare alcuni colloqui con il clinico, a volte ciò è sufficiente per motivare il ragazzo, in altri casi il lavoro verrà svolto con i genitori affinché possano aiutare più efficacemente il figlio.

Come  consigliare a un figlio l’aiuto della psicologa 

Il modo più corretto per aiutare un proprio figlio è parlare con lui/lei di cosa ci preoccupa e decidere di farsi aiutare insieme dalla psicologa. La consultazione psicologica rivolta ai bambini e adolescenti richiede il punto di vista dei genitori. Il confronto con i genitori è necessario per:

  • ricostruire la storia di sviluppo dell’adolescente;
  • ricostruire la storia del nucleo familiare;
  • per dare voce ai diversi punti di vista, quello  degli adolescente e quello dei genitori;
  • per monitorare il decorso clinico nell’ambiente di vita;
  • per favorire cambiamenti non solo nell’adolescente, ma anche nel modo in cui le figure significative si relazionano con lui.

A volte i genitori portano il figlio in terapia perché c’è stato un evento straordinario, per essere certi che il bambino esprima interamente tutte quelle emozioni pregnanti che sono legate all’evento stesso, quale può essere:

  • la morte o la malattia di una persona amata;
  • maltrattamenti;
  • molestie sessuali;
  • un’esperienza che lo ha profondamente spaventato.

Raramente è il bambino a chiedere di vedere la psicologa. Gli adolescenti, invece, sono quelli che più facilmente iniziano una terapia psicologica per autolesionismo, ad esempio. La scuola è spesso il primo luogo dove più frequentemente ci si accorge del malessere del minore, eppure raramente si consiglia un aiuto psicoterapeutico che in alcuni casi arriva quando la situazione diventa grave.  Probabilmente il modo più corretto per aiutare un proprio figlio è parlare con lui/lei di cosa ci preoccupa e decidere di farsi aiutare insieme. 

Autolesionismo negli adolescenti terapia e cure

Le forme di autolesionismo da parte degli adolescenti hanno delle caratteristiche proprie. I pazienti spesso si feriscono in una singola sessione, creando lesioni multiple nella stessa posizione, tipicamente in una zona accessibile che comunque tendono a tenere nascosta, per esempio gli avambracci, le cosce ecc. Il comportamento è spesso ripetuto, con conseguenti ampi schemi di cicatrici. L’autolesionismo non suicidario tende a manifestarsi nei primi anni dell’adolescenza e la prevalenza è abbastanza uniformemente distribuita tra i sessi. L’anamnesi naturale è chiara, ma il comportamento sembra diminuire dopo l’età giovane adulta. L’autolesionismo non suicidario è spesso associato ad altri disturbi psichici:

  • disturbo borderline di personalità;
  • uso di sostanze stupefacenti;
  • disturbo depressivo.

L’obiettivo raggiunto spesso è quello di evitare che la propria sofferenza sia così diffusa da essere incomprensibile e incontrollabile. La si assicura così in un luogo fisico ben preciso, rendendola visibile sotto forma di un segno sulla pelle.  Perdere la sensazione di esistere è peggio che morire, non sentirsi vivi è intollerabile. Ecco perché l’autolesionismo può diventare un processo che dà sollievo, calma e tranquillità. L’autolesionista deve sentire se stesso attraverso il suo stesso corpo.

L’aiuto psicologico per i ragazzi

Nel lavoro psicoterapeutico con gli adolescenti è importante prendere in considerazione diverse aree della sua vita tra cui:

  • famiglia;
  • gruppo amicale ristretto e sociale;
  • luoghi frequentati con maggior assiduità.

Lo psicoterapeuta che prende in carico un adolescente deve prima di tutto porsi alcuni quesiti in merito a chi ha di fronte, alla sua età e al momento storico nel quale si sta sperimentando. Essere informati sulla generazione attuale può aiutare nelle fasi iniziali di conoscenza, aggancio del paziente ma anche per mantenere la relazione terapeutica salda, al punto tale da evitarne precoci abbandoni. È probabile che vi sia una motivazione già di partenza bassa, poiché i ragazzi molto giovani non sono propensi a chiedere aiuto direttamente e autonomamente. Possono credere che non vi sia una soluzione al loro stato di sofferenza, ma soprattutto che la soluzione non si trovi nella figura dello psicoterapeuta. Il percorso con gli adolescenti non è una lotta per vedere chi ha ragione, deve invece essere un momento di accoglimento, contenimento e riflessione che tenga presente soprattutto di un’autentica accettazione delle loro opinioni e dei loro sentimenti.

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